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Dimissioni dal San Raffaele Turro DCA: come funzionano e il mio primo giorno fuori

Ciao bellezze, 

Oggi ho deciso di scrivere delle mie dimissioni e dei primi giorni fuori; quindi, cinture ben allacciate e si parte! 

 

Le dimissioni dal reparto DCA del San Raffaele Turro 

Le mie dimissioni dal reparto DCA del San Raffaele Turro sono state un po’ un parto sia per me che per i medici che mi avevano in cura perché io ho dovuto aspettare quella che mi sembrava un’eternità mentre loro si dannavano per farmi le ricette (farmaci, esami del sangue e altre visite). Arriva il momento cruciale e fanno entrare anche mio padre. Lo psichiatra che mi seguiva mi ha messo davanti due copie delle dimissioni: una da firmare per poi essere inserita in cartella clinica e una da tenere, aperta sulla pagina della terapia.  


Importante dire che non ho avuto una diagnosi di alcun disturbo alimentare, ma una diagnosi nuova e che non avrei mai pensato potesse essere tanto vera quanto faticosa da accettare.  

Dopo avermi fatto sfogliare la miriade di pagine di esami del sangue a varie ed eventuali, il dottore mi passa svogliatamente il piano alimentare: io non lo guardo nemmeno e lo passo a mio padre. Diciamo che c’è stata una tacita complicità tra me e i medici come se tutti sapessimo che non lo avrei mai seguito. Spoiler: sono fuori da giovedì, oggi è sabato e non ho ancora guardato quel foglio. L'unico interessato a tutto ciò era mio padre, ma solo perché era interessato a sapere cos’avessi mangiato in cinque settimane.  


Dopo aver salutato tutto lo staff presente e le compagne di percorso abbiamo preso la valigia, lo zaino e un borsone e ci siamo avviati verso l’auto: errore madornale, dato che in due ci siamo dimenticati di richiedere la cartella clinica. Siamo tornati alla palazzina X dove ho preso un primo numerino. Coda infinita. Una volta aperto lo sportello dei referti mi fiondo (grazie all’invalidità) per scoprire che per richiedere la documentazione avrei dovuto prendere un numerino per l’accettazione: compito eseguito, ho aspettato ancora. Quando è arrivato il mio momento ho dovuto attraversare tutta la sala d’attesa di corsa per non perdere il turno. 


Avrei voluto guidare già per uscire da Milano e tornare a casa, ma con tutto quello che c’era in ballo ho lasciato che fosse mio padre a farmi d’autista. Abbiamo dovuto attraversare mezza Milano (bleah) per imbucare l’A8, dove ho iniziato a fare la “Mascio DJ” fino ad Arolo, dove siamo andati a mangiare in riva al Lago Maggiore. 

Vista dal lago Maggiore ad Arolo, primo pranzo fuori dopo le dimissioni dal reparto DCA del San Raffaele Turro

Come ho passato i primi momenti di libertà 

Dopo aver pranzato ho deciso di guidare fino a casa e non ci siamo nemmeno persi per le viette e le scorciatoie. Una volta arrivata a casa ho riempito una lavatrice di vestiti sporchi e puliti: dovevo assolutamente togliere l’ospedale da tutte le mie cose. Mentre facevo la bella lavanderina mi sono anche messa a prendere il sole, per dare meno l’idea di una che è stata rinchiusa con pochi minuti all’aria aperta ogni giorno. Verso le quattro e mezza mi sono iniziata a preparare per andare ad arrampicare con Socio: abbiamo fatto un’oretta e mezzo di corda, tre tiri tutti sui quinti ma ce li siamo goduti tantissimo. Arrivata la sera ho cenato con i miei genitori con ciò che c’era in casa e mi sono messa a sistemare i vestiti. 

 

“Deromanziamo” il ritorno a casa 

Per quanto fossi appagata dal fatto di tornare a dormire nel mio letto, per quanto fossi anche stanca, non sono riuscita a dormire abbastanza e mi sono anche spaventata perché una volta spenta l’abat-jour mi sono sentita male: tachicardia e iperventilazione, praticamente una vera e propria crisi nel mettermi anche solo a letto.  

 

Con questo è tutto per la narrazione del ricovero, ma ho in mente altri articoli legati a questa degenza che pubblicherò con più calma. 

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